Serendipità...la la la la...

Più certezze si perdono più si acquisiscono territori di ricerca.

Tanto più si aprono orizzonti e le situazioni si definiscono attraverso una sempre maggiore complessità, tanto più ci viene richiesto uno “sguardo complementare”, caratterizzato da “strategie di distanziazione”, piuttosto che di avvicinamento, visioni includenti differenti piani logici e mescolanti codici in cui lo spazio dell’esperienza e del soggettivo vengono rivalutati. Lo “sguardo complementare” cerca di stabilire una giusta distanza con e tra gli oggetti, nella attenta valutazione di quello che sta intorno: i legami, le relazioni e la possibilità di scoprire nuove direzioni.

Ci viene indicato un esercizio del sapere che è analisi della complessità, delle inversioni, dei paradossi.

Scrive Gadamer (Verità e metodo, 1960, p.747): "Non si fanno esperienze senza porre delle domande. Il pervenire a riconoscere che le cose stanno in modo diverso da come si credeva inizialmente presuppone ovviamente che si sia passati attraverso la fase della domanda, che ci si sia chiesti se le cose stiano in questo modo o quel modo. L’apertura che è implicita nell’essenza dell’esperienza è appunto, vista logicamente, questa apertura del ‘così o altrimenti’". La forma della domanda trova un suo compimento nella negatività, il sapere di non sapere socratico: può sapere solo chi ha domande. Una capacità di pensare le possibilità come possibilità.

Il domandare è certamente un atto più simile al patire che all’agire. La domanda si impone, non la si può scansare sotto l’urto di ciò che non si adatta pienamente, di fronte alle fratture ma anche di fronte alle opinioni e alle affermazioni diverse dalle nostre. Questo dialogo lo guida quindi con maggiore competenza, “uno che non sa” e guarda da una prospettiva di elaborazione d’insieme. Ciò che matura, in un autentico dialogo, è il senso, che emerge “al di là”, una trasformazione in cui non si rimane quelli che si era.

“Serendipità” (il termine “serendipità” è la traduzione dall’inglese serendipity, coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Warpole che lo trasse dal titolo della fiaba The Three Princes of Serendip. Serendip era l’antico nome dell’isola di Ceylon.) la chiama Pagliarani (Il coraggio di Venere, 1885) questa capacità eversiva di uscire dai percorsi prestabiliti.

In questo termine stanno insieme l’umiltà e il coraggio di prendere per mano un fatto nuovo, imprevisto e scoprirne l’importanza. “Serendipità” significa trovare una cosa mentre se ne sta cercando un’altra. Ciò che conduce a un fatto nuovo (o scoperta) può essere qualcosa che non si inserisce all’interno di una concatenazione, argomentazione o ricerca, bensì qualcosa che irrompe, interrompendo, spezzando o contraddicendo la teoria. Questo territorio dell’errore e dell’infedeltà diventa uno spazio su cui si può osare un attraversamento.

Il contatto quotidiano con realtà sempre diverse, numerose e incompatibili fa sì che la scelta sia continuamente invalidata dall’incontro con un’altra. Il senso della realtà diventa “senso della realtà possibile”. L’uomo del possibile, dice Musil (L’uomo senza qualità, 1972, p. 13), “vuole, per così dire, il bosco, e gli altri vogliono gli alberi; e il bosco è qualcosa difficile da definire”. L’uomo del possibile “non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa”. Egli si pensa ed è naturalmente altro.

L’uomo del possibile pensa che la realtà presente non sia la sola, ne cerca un’altra.

La possibilità è la più difficile di tutte le categorie. Ma risulta altrettanto difficile comprimere la vita umana in una forma razionale e unitaria quando le esistenze si compiono attraverso forme parziali e provvisorie che spesso riusciamo a cogliere solo nel momento del loro mutamento dinamico.

Esistono verità ma non esiste la verità?

Da questo luogo sperduto di ricerca possiamo tentare di recuperare il senso della motivazione, una disposizione etica, condizione indispensabile per fare esperienza.

Se il mondo là fuori non esiste, se le idee non stanno fisse in cielo come le stelle, possiamo almeno muovere verso tentativi di comprensione, forme di organizzazione, inventando modelli plausibili per discutere e confrontare ciò che è “buono” da pensare, fare, creare (Rorty, La filosofia dopo la filosofia, 1998).